Il mobbing sul lavoro consiste in comportamenti ostili, vessatori o umilianti che si ripetono nel tempo. Possono provenire dal datore di lavoro, dai superiori o dai colleghi e mirare a isolare o mortificare un lavoratore.
Ne sono esempi i rimproveri pubblici sistematici, l’isolamento professionale e la sottrazione ingiustificata di mansioni. Non ogni contrasto o scelta organizzativa sfavorevole, però, costituisce mobbing.
Il mobbing può avere conseguenze sul piano civile e giuslavoristico, ma anche assumere rilevanza penale. Questo articolo si occupa esclusivamente degli aspetti penali.
Il mobbing sul lavoro è un reato?
Il codice penale non prevede un autonomo reato di mobbing. Occorre valutare i singoli comportamenti, il contesto e le conseguenze per verificare se integrino una specifica fattispecie penale.
Possono configurarsi, ad esempio, atti persecutori, violenza privata, minacce o lesioni personali. In circostanze particolari possono ricorrere anche i maltrattamenti.
Mobbing e stalking occupazionale: l’art. 612-bis c.p.
Il reato di atti persecutori (stalking) può configurarsi anche sul luogo di lavoro. In questi casi si parla di stalking occupazionale.
Servono minacce o molestie reiterate che provochino almeno una di queste conseguenze:
- un grave e perdurante stato di ansia o paura;
- un fondato timore per la propria incolumità o quella di un prossimo congiunto o di una persona legata da una relazione affettiva;
- un’alterazione delle abitudini di vita.
Anche umiliazioni sistematiche e abusi dei poteri disciplinari possono assumere carattere persecutorio. Devono però ricorrere minacce o molestie reiterate e almeno una delle conseguenze indicate dalla legge.
Un caso di stalking sul lavoro
La Cassazione ha esaminato il caso del presidente di una società che intimidiva alcuni ausiliari del traffico. Li minacciava gravemente, li umiliava davanti ai colleghi e adottava provvedimenti disciplinari pretestuosi.
I dipendenti avevano sviluppato un grave stato di ansia e paura, modificando le loro abitudini di vita. La Cassazione ha confermato la condanna per atti persecutori.
Mobbing e violenza privata: quando le pressioni costituiscono reato?
L’art. 610 c.p. punisce chi, mediante violenza o minaccia, costringe qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa.
Si pensi a un datore di lavoro che minacci di aggredire un dipendente per costringerlo a firmare dimissioni non volute.
Un demansionamento ingiustificato, da solo, non costituisce invece violenza privata. Occorre una violenza o una minaccia che costringa il lavoratore a un comportamento determinato.
Minacce sul luogo di lavoro: l’art. 612 c.p.
L’art. 612 c.p. punisce chi prospetta a un’altra persona un danno ingiusto.
Comunicare l’avvio di un procedimento disciplinare non costituisce, da solo, una minaccia penalmente rilevante. Diverso è il caso di un superiore che minacci di inventare accuse per provocare il licenziamento di chi segnala irregolarità.
Mobbing e lesioni personali: le conseguenze sulla salute
Le vessazioni possono compromettere la salute fisica o psichica. Se provocano una vera malattia, può configurarsi il delitto di lesioni personali (art. 582 c.p.).
Non basta un generico stress. Può invece assumere rilievo, ad esempio, un disturbo depressivo clinicamente accertabile.
La diagnosi, da sola, non prova la responsabilità penale. Occorre accertare il nesso causale con le condotte contestate e gli altri presupposti del reato.
Mobbing e maltrattamenti: quando si applica l’art. 572 c.p.?
Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi può configurarsi anche sul lavoro, ma soltanto in situazioni particolari.
Il rapporto lavorativo deve avere caratteristiche di parafamiliarità: relazioni personali strette, consuetudini di vita simili a quelle familiari e particolari condizioni di affidamento e soggezione.
Non bastano la subordinazione gerarchica o le piccole dimensioni dell’azienda.
Un caso di maltrattamenti sul lavoro
In una piccola impresa familiare, un dipendente subiva continue umiliazioni, rimproveri sproporzionati e limitazioni di pause e permessi. I responsabili erano il suocero e il cognato.
Le vessazioni si intrecciavano con le vicende matrimoniali del lavoratore. La Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamenti, valorizzando il legame tra rapporti familiari e lavorativi.
Altri reati: diffamazione, percosse e violenza sessuale
La diffamazione (art. 595 c.p.) può configurarsi quando qualcuno offende la reputazione di un lavoratore comunicando con più persone. L’interessato non deve poter partecipare direttamente alla comunicazione.
Un’aggressione fisica può integrare percosse (art. 581 c.p.) oppure lesioni personali. Gli atti sessuali imposti mediante violenza, minaccia o abuso di autorità possono integrare la violenza sessuale (art. 609-bis c.p.).
Come documentare le vessazioni sul lavoro?
È utile ricostruire gli episodi in ordine cronologico: date, luoghi, persone presenti, frasi pronunciate e conseguenze. Possono aiutare e-mail, messaggi, testimonianze, provvedimenti disciplinari e documentazione sanitaria.
Per lo stalking contano anche la reiterazione e gli effetti sulla vita della persona. Per le lesioni assumono rilievo la malattia e il suo collegamento con le condotte.
Quando rivolgersi a un avvocato penalista?
Non tutti i comportamenti vessatori richiedono un intervento in ambito penale. L’avvocato può valutare i fatti, individuare i reati eventualmente configurabili e gli elementi utili a documentarli.
Molti dei reati esaminati richiedono una querela. Il termine ordinario è di tre mesi dalla notizia del fatto. Per gli atti persecutori è di sei mesi; per la violenza sessuale è di dodici mesi.
Esistono però ipotesi di procedibilità d’ufficio. I maltrattamenti, ad esempio, sono procedibili d’ufficio. È quindi importante verificare tempestivamente le regole applicabili al caso concreto.
Domande frequenti sul mobbing sul lavoro
Un superiore che mi umilia davanti ai colleghi commette un reato?
Dipende. Un’offesa rivolta direttamente al lavoratore può costituire ingiuria, oggi illecito civile soggetto a sanzione pecuniaria civile e non più reato.
Se il superiore ne offende la reputazione parlando con più colleghi senza che l’interessato possa intervenire contestualmente, può configurarsi la diffamazione.
Se le umiliazioni diventano molestie persecutorie reiterate e provocano gli eventi previsti dall’art. 612-bis c.p., possono configurarsi gli atti persecutori.
Un demansionamento o un licenziamento illegittimo possono costituire reato?
Non automaticamente. Provvedimenti pretestuosi e ripetuti possono però contribuire a una condotta persecutoria.
Inoltre, se un superiore usa violenza o minacce per imporre dimissioni non volute, può configurarsi la violenza privata.
Se il mobbing mi ha provocato una depressione, posso denunciare?
Una patologia depressiva può assumere rilievo come lesione personale. Occorre però accertare la malattia, il nesso causale con le vessazioni e la responsabilità penale dell’autore.
Posso presentare querela dopo dimissioni o licenziamento?
Sì. La cessazione del rapporto di lavoro non impedisce di presentare querela. Occorre però rispettare i termini previsti dalla legge e verificare la procedibilità del reato.


