Risultare positivi a un test antidroga durante un controllo stradale significa aver necessariamente commesso un reato? E cosa succede se la sostanza è stata assunta giorni prima, quando i suoi effetti potrebbero essere già cessati?

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 10 del 2026, ha chiarito quali condizioni devono essere accertate per configurare il reato di guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, ponendo un limite all’applicazione della disciplina introdotta nel 2024.

La guida dopo l’assunzione di stupefacenti: cosa prevede l’art. 187 del Codice della strada

L’articolo 187 del Codice della strada punisce chi guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope. La pena prevista è l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda da 1.500 a 6.000 euro, oltre alla sospensione della patente da uno a due anni. In caso di incidente, le pene sono raddoppiate e la legge prevede la revoca della patente, secondo la disciplina applicabile.

La norma riguarda, ad esempio, l’assunzione di cocaina, cannabis, oppiacei o altre sostanze stupefacenti. Può riguardare anche sostanze psicotrope contenute in farmaci. Anche in questi casi, tuttavia, occorre accertare che, al momento della guida, la sostanza fosse presente nell’organismo in qualità e quantità tali da poter determinare un’alterazione delle capacità di guida, secondo i criteri indicati dalla Corte costituzionale.

La riforma del 2024: perché è stato eliminato il requisito dell’alterazione

Prima della riforma del 2024, il reato richiedeva che il conducente guidasse “in stato di alterazione psico-fisica” dopo avere assunto sostanze stupefacenti o psicotrope.

In altre parole, non era sufficiente dimostrare che la persona avesse assunto una sostanza. Occorreva anche dimostrare che, nel momento della guida, quella sostanza avesse prodotto un’alterazione delle condizioni psico-fisiche rilevante per la guida.

La legge 25 novembre 2024, n. 177 ha eliminato dal testo dell’articolo 187 del Codice della strada il riferimento espresso allo “stato di alterazione psico-fisica”. La formulazione è diventata, più semplicemente, quella di chi guida “dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope”.

L’obiettivo della modifica era rendere più semplici gli accertamenti. In passato, infatti, era spesso difficile dimostrare in giudizio il collegamento tra la sostanza assunta e l’alterazione del conducente. La riforma ha cercato di evitare che condotte potenzialmente pericolose rimanessero non punite per difficoltà di prova.

Perché la nuova disciplina ha sollevato dubbi di costituzionalità

La nuova formulazione, letta alla lettera, sembrava poter comprendere qualsiasi guida successiva all’assunzione di una sostanza.

Si sarebbe potuto arrivare, in teoria, a considerare penalmente rilevante anche la guida avvenuta molto tempo dopo l’assunzione, quando gli effetti della sostanza erano ormai cessati e rimanevano soltanto alcune tracce nell’organismo.

Un esempio: una persona assume una sostanza diversi giorni prima, risulta ancora positiva a un esame effettuato sulle urine e poi guida senza alcuna alterazione. Una lettura puramente letterale della norma avrebbe potuto portare a ritenere sufficiente la sola successione cronologica tra assunzione e guida.

I giudici che hanno sollevato la questione hanno ritenuto che una simile interpretazione potesse violare alcuni principi costituzionali, tra cui il principio di offensività. In base a questo principio, non si può punire una persona per una semplice condizione personale o per una condotta priva di qualsiasi pericolo: deve esistere un fatto concretamente idoneo a mettere a rischio il bene tutelato dalla norma.

Nel caso dell’articolo 187, il bene tutelato è la sicurezza della circolazione stradale e, indirettamente, la vita e l’incolumità delle persone che utilizzano la strada.

Sentenza n. 10/2026: quando la guida dopo l’assunzione di stupefacenti costituisce reato

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 10/2026, ha precisato che l’articolo 187 del Codice della strada deve essere interpretato in modo restrittivo e conforme alla Costituzione. Ciò significa che la semplice formula “dopo aver assunto” non consente di considerare automaticamente reato qualsiasi guida successiva all’assunzione di una sostanza stupefacente, anche a distanza di molto tempo.

Il reato può sussistere soltanto quando, al momento della guida, sia ragionevole ritenere che la sostanza sia ancora in grado di produrre effetti sullo stato psico-fisico del conducente e sulla sua capacità di guidare, creando un pericolo per la sicurezza della circolazione stradale significativamente superiore a quello normalmente connesso alla guida.

Non è quindi necessario provare che il conducente manifestasse, in quel preciso momento, sintomi evidenti di alterazione. È però necessario provare che la sostanza fosse ancora presente in una quantità e con caratteristiche tali da poter generalmente provocare un’alterazione in un assuntore medio.

La Corte ha quindi individuato un criterio intermedio:

  • non basta la prova di una precedente assunzione;
  • non è richiesta la prova di un’effettiva alterazione psicofisica del conducente;
  • occorre provare, attraverso accertamenti scientifici e altri elementi del caso, che la sostanza fosse ancora potenzialmente capace di incidere sulla guida.

Positività al test antidroga: due situazioni differenti

Si considerino due situazioni.

Nel primo caso, il conducente viene sottoposto a un accertamento poco dopo l’assunzione. Nel sangue o nel fluido orale viene rilevata una sostanza, in quantità compatibile con un’assunzione recente e con una possibile influenza sulle capacità di guida.

In questa situazione può sussistere il reato, anche se il conducente non appare manifestamente alterato agli agenti.

Nel secondo caso, invece, il conducente risulta positivo soltanto a un esame che può rilevare tracce della sostanza per un periodo molto più ampio rispetto alla sua permanenza nel sangue o nel fluido orale. Se non vi sono altri elementi che dimostrino che la sostanza fosse ancora potenzialmente idonea a incidere sulla guida, la sola positività non è sufficiente.

La presenza di una traccia, infatti, non dimostra necessariamente che la sostanza fosse ancora in grado di influenzare il conducente nel momento in cui guidava.

Test antidroga: quali accertamenti sono rilevanti per dimostrare il reato

La sentenza attribuisce rilievo alla qualità e alla quantità della sostanza rilevata, al tipo di liquido biologico esaminato e alla distanza temporale tra l’assunzione, il controllo e la guida.

Gli accertamenti devono quindi essere idonei a collocare l’assunzione in un periodo vicino alla guida e a consentire una valutazione scientifica sulla possibile persistenza degli effetti.

Non tutti gli esami hanno lo stesso significato. Un risultato positivo sulle urine può indicare che una sostanza è stata assunta, ma non necessariamente che fosse ancora attiva nel momento della guida. Per questo il risultato deve essere valutato insieme alla matrice biologica utilizzata, ai valori riscontrati, al tipo di sostanza e agli altri elementi disponibili.

Quali conseguenze ha la sentenza per chi è indagato per guida dopo l’assunzione di stupefacenti

Dopo la sentenza, non è corretto affermare che chiunque risulti positivo a una sostanza stupefacente abbia automaticamente commesso il reato.

Le autorità devono verificare:

  • che la persona abbia assunto una sostanza stupefacente o psicotropa;
  • che la guida sia avvenuta in un momento sufficientemente vicino all’assunzione;
  • che la sostanza, per qualità e quantità, fosse ancora potenzialmente capace di alterare le condizioni psico-fisiche;
  • che tale situazione fosse idonea a creare un pericolo per la sicurezza della circolazione.

La sentenza non reintroduce esattamente la disciplina precedente. Non impone, cioè, di dimostrare un effettivo stato di alterazione psicofisica del conducente. Richiede però qualcosa di più della semplice prova che, in un momento non precisato, il conducente abbia assunto una sostanza.

Il ruolo dell’avvocato nella valutazione degli accertamenti tossicologici

La sentenza n. 10/2026 assume particolare rilievo anche per la difesa di chi è sottoposto a indagini o a un procedimento penale per il reato previsto dall’articolo 187 del Codice della strada.

Il risultato positivo di un accertamento tossicologico, infatti, deve essere valutato alla luce degli elementi necessari per provare la sussistenza del reato, secondo l’interpretazione fornita dalla Corte costituzionale.

L’avvocato può esaminare la documentazione acquisita nel procedimento e verificare quali accertamenti siano stati eseguiti, quali sostanze siano state rilevate, in quali quantità e attraverso quale matrice biologica. Assume particolare importanza anche la valutazione del tempo trascorso tra la guida e il prelievo.

In presenza di questioni tecniche, può essere necessario avvalersi di un consulente con competenze tossicologiche, per valutare il significato dei risultati e la loro idoneità a provare che, al momento della guida, la sostanza fosse ancora potenzialmente capace di alterare le condizioni psicofisiche del conducente.

L’attività difensiva non riguarda, quindi, soltanto l’esistenza di un risultato positivo, ma anche il suo effettivo significato probatorio alla luce dei criteri indicati dalla Corte costituzionale.

La sentenza si applica anche in caso di incidente stradale?

La stessa logica vale quando il conducente provoca un incidente.

L’articolo 187, comma 1-bis, del Codice della strada prevede in questo caso un trattamento più severo: le pene sono raddoppiate e la legge prevede la revoca della patente. Anche in questa ipotesi, tuttavia, non basta collegare automaticamente l’incidente a una qualsiasi assunzione avvenuta in passato.

Deve essere verificato che, quando guidava, la sostanza fosse ancora potenzialmente idonea a incidere sulle capacità del conducente e che ricorressero gli elementi richiesti dalla norma.

Domande frequenti (FAQ)

La sentenza della Corte costituzionale si applica anche ai procedimenti penali già in corso?

Sì. L’interpretazione fornita dalla Corte costituzionale deve essere considerata anche nei procedimenti penali ancora pendenti, nei quali sia contestato il reato previsto dall’articolo 187 del Codice della strada.

La sentenza non determina, tuttavia, l’automatica conclusione favorevole dei procedimenti in corso. Occorre verificare, caso per caso, quali elementi siano stati acquisiti e se siano sufficienti a provare la sussistenza del reato secondo i criteri indicati dalla Corte.

È possibile contestare un risultato positivo al test antidroga?

Sì. Il risultato di un accertamento tossicologico può essere oggetto di valutazione e contestazione nell’ambito del procedimento penale.

In particolare, possono assumere rilievo le modalità di esecuzione dell’esame, il tipo di campione biologico analizzato, la sostanza rilevata, i valori riscontrati e il tempo trascorso rispetto alla guida.

La contestazione non comporta necessariamente l’invalidità dell’accertamento, ma può riguardare anche la sua capacità di provare gli elementi richiesti per configurare il reato.

Cosa succede se la sostanza rilevata deriva da un farmaco prescritto dal medico?

Anche alcuni medicinali possono contenere sostanze psicotrope rilevanti ai fini dell’articolo 187 del Codice della strada.

La circostanza che un farmaco sia stato regolarmente prescritto non esclude automaticamente la configurabilità del reato. Occorre verificare quale sostanza contenga il medicinale, quando sia stata assunta e se gli accertamenti tossicologici dimostrino che, al momento della guida, fosse ancora presente in quantità generalmente idonee ad alterare le capacità di guida.

La prescrizione medica e le modalità di assunzione del farmaco possono inoltre assumere rilievo nella valutazione della responsabilità del conducente, secondo le circostanze del caso concreto.

La sentenza n. 10/2026 comporta automaticamente la restituzione della patente?

No. La sentenza della Corte costituzionale non determina automaticamente la restituzione della patente ritirata o sospesa in seguito a un controllo per guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti.

La pronuncia può assumere rilievo nella valutazione della responsabilità penale, mentre i provvedimenti amministrativi relativi alla patente devono essere esaminati separatamente.

La sentenza n. 10/2026 rende particolarmente importante una valutazione degli accertamenti tossicologici e degli altri elementi acquisiti nel procedimento. Chi è indagato per il reato previsto dall’articolo 187 del Codice della strada può rivolgersi a un avvocato penalista per esaminare la propria posizione e individuare gli aspetti rilevanti per la difesa.

Lo Studio Legale Avv. Valeria Mezzolla, con sede a Torino, presta assistenza nei procedimenti penali relativi ai reati stradali.

Ultimo aggiornamento: ottobre 2026.

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