L’appropriazione indebita si verifica quando una persona, dopo aver ricevuto legittimamente denaro o beni appartenenti ad altri, decide di trattenerli o utilizzarli come se fossero propri, senza averne diritto.
Può accadere nei rapporti di lavoro, tra professionisti e clienti, nelle relazioni personali o quando qualcuno affida temporaneamente un bene a un’altra persona.
Non ogni mancata restituzione, però, costituisce un reato. Per comprendere quando si configura l’appropriazione indebita, prevista dall’articolo 646 del codice penale, bisogna considerare a quale titolo la persona disponeva del denaro o del bene e, soprattutto, come si è comportata successivamente.
Quando si configura l’appropriazione indebita?
L’appropriazione indebita si configura quando una persona riceve legittimamente denaro o un bene mobile appartenente ad altri e, successivamente, decide di comportarsi come se ne fosse proprietaria.
Facciamo due esempi.
Il denaro del condominio. Un amministratore riceve dai condomini somme destinate a pagare lavori di manutenzione dell’edificio. Anziché utilizzare quel denaro per i pagamenti previsti, se ne appropria e lo spende per esigenze personali.
L’automobile presa a noleggio. Una persona noleggia un’automobile per alcuni giorni. Alla scadenza del contratto, invece di restituirla, decide di trattenerla e continua a utilizzarla come se fosse propria, rifiutandosi di riconsegnarla alla società di noleggio.
In entrambi i casi, il denaro o il bene vengono inizialmente affidati in modo legittimo, ma chi li riceve, anziché rispettare gli accordi, decide successivamente di comportarsi come se ne fosse proprietario, trattenendoli o utilizzandoli per sé senza averne diritto.
È proprio questo comportamento a distinguere l’appropriazione indebita da una semplice controversia civile.
Quando la mancata restituzione è soltanto un problema civile?
Non sempre la mancata restituzione di denaro o beni mobili costituisce appropriazione indebita. Il semplice mancato rispetto di un accordo, infatti, non basta a configurare il reato: occorre che vi sia un comportamento che dimostri la volontà di appropriarsi di ciò che appartiene ad altri.
Ad esempio, se una persona riceve un prestito e non riesce a restituirlo alla scadenza, il mancato pagamento costituisce, di regola, un inadempimento contrattuale.
Allo stesso modo, chi riconsegna in ritardo un’automobile noleggiata non commette necessariamente appropriazione indebita. Il ritardo può costituire una violazione del contratto, senza che vi sia stata alcuna volontà di appropriarsi del veicolo.
Particolare attenzione merita il denaro, perché non tutte le somme ricevute da un’altra persona continuano ad appartenerle.
Chi riceve un prestito diventa normalmente proprietario del denaro e assume l’obbligo di restituire una somma equivalente. Diversa è la situazione di chi riceve denaro con l’incarico di utilizzarlo per una finalità precisa, come effettuare un pagamento per conto di un’altra persona.
In quest’ultimo caso, l’utilizzo delle somme per scopi personali può integrare appropriazione indebita.
La distinzione dipende quindi dalla natura del rapporto e dagli accordi tra le parti, oltre che dal comportamento concretamente tenuto.
Appropriazione indebita: alcune situazioni frequenti
Oltre ai casi dell’amministratore di condominio e dell’automobile noleggiata già esaminati, vi sono altre situazioni che ricorrono nella pratica.
Denaro affidato a professionisti o intermediari
Può accadere che un commercialista riceva dal cliente una somma destinata al pagamento di imposte o contributi, ma la utilizzi per esigenze personali senza effettuare il versamento.
Situazioni analoghe possono verificarsi quando un intermediario riceve denaro per acquistare un bene determinato oppure un professionista incassa somme per conto del cliente e, anziché trasferirgliele, le trattiene per sé.
In questi casi occorre ricostruire lo scopo per il quale il denaro è stato affidato e verificare quale utilizzo ne abbia fatto chi lo ha ricevuto.
Il solo mancato pagamento o la mancata esecuzione di una prestazione non dimostrano, infatti, che il professionista si sia appropriato delle somme.
Beni affidati in comodato o locazione
L’appropriazione indebita può riguardare anche macchinari, attrezzature professionali e altri beni mobili concessi temporaneamente a un’altra persona.
Il contratto attribuisce a chi riceve il bene il diritto di utilizzarlo entro determinati limiti, ma non quello di appropriarsene.
Se, terminato il rapporto, chi lo ha ricevuto decide di trattenerlo come proprio, il comportamento può costituire reato.
Occorre però distinguere il rifiuto ingiustificato e definitivo di riconsegnare il bene da una semplice controversia contrattuale sulla restituzione.
Denaro e beni nei rapporti di lavoro
L’appropriazione indebita può verificarsi anche nell’ambito di rapporti di lavoro e collaborazione.
Si pensi a un incaricato delle riscossioni che riceve pagamenti destinati all’impresa e decide di trattenere gli incassi.
Un’altra situazione riguarda il collaboratore che riceve beni aziendali per svolgere un incarico e, successivamente, decide di appropriarsene.
In questi casi è necessario accertare quali poteri avesse la persona sul denaro o sui beni. La semplice possibilità di accedervi, infatti, non equivale sempre al possesso richiesto per l’appropriazione indebita.
Qual è la differenza tra appropriazione indebita, furto e truffa?
Appropriazione indebita, furto e truffa sono reati contro il patrimonio, ma si distinguono per il modo in cui l’autore entra nella disponibilità del bene e per il comportamento che tiene.
Per comprendere le differenze, utilizziamo tre situazioni che riguardano tutte un’automobile.
Nel furto, una persona sottrae un bene senza averne il possesso. È il caso di chi si impossessa di un’automobile parcheggiata, sottraendola al proprietario contro la sua volontà.
Nell’appropriazione indebita, invece, il possesso del bene è inizialmente legittimo. È quanto accade quando una persona noleggia regolarmente un’automobile e, alla scadenza del contratto, decide di non restituirla più, continuando a utilizzarla come propria.
Nella truffa, la persona ottiene il bene attraverso un inganno. Si pensi a chi si presenta presso una società di autonoleggio utilizzando documenti falsi, con l’intenzione fin dall’inizio di ottenere l’automobile senza restituirla. La società, ingannata sulla reale identità e sulle intenzioni del cliente, gli consegna il veicolo subendo un danno patrimoniale.
In quest’ultimo caso, l’inganno precede la consegna del bene e può integrare il reato di truffa.
La differenza tra questi reati non è soltanto teorica. Dalla corretta ricostruzione dei fatti dipendono la qualificazione giuridica, il trattamento sanzionatorio e le possibili strategie difensive.
Qual è la pena per appropriazione indebita?
L’articolo 646 del codice penale prevede la reclusione fino a cinque anni e la multa da 1.000 a 3.000 euro.
La pena può aumentare in presenza di determinate circostanze aggravanti.
Quali sono le principali aggravanti?
Una delle aggravanti previste dall’articolo 646 c.p. riguarda il cosiddetto deposito necessario.
Si verifica quando una persona, a causa di un evento improvviso e grave, è costretta ad affidare urgentemente i propri beni a qualcun altro.
Pensiamo a chi, durante un incendio, deve abbandonare la propria abitazione e consegna alcuni oggetti di valore a un vicino perché li custodisca. Se quest’ultimo decide di appropriarsene, la legge prevede un aumento di pena.
Un’altra aggravante riguarda l’abuso di rapporti domestici, professionali, lavorativi o di ospitalità che abbiano agevolato la commissione del reato.
È il caso, ad esempio, di un professionista che approfitta dell’incarico ricevuto e della fiducia accordatagli dal cliente per appropriarsi delle somme che avrebbe dovuto gestire per suo conto.
L’aggravante non deriva automaticamente dall’esistenza di un rapporto professionale: occorre che tale rapporto abbia concretamente agevolato il fatto.
La pena può aumentare anche quando l’appropriazione provoca un danno patrimoniale di rilevante gravità, ai sensi dell’articolo 61, n. 7, c.p.
Entro quanto tempo si può presentare querela per appropriazione indebita?
L’appropriazione indebita è, di regola, un reato procedibile a querela della persona offesa.
Il termine ordinario per presentare querela è di tre mesi dal giorno in cui la persona offesa ha acquisito conoscenza del fatto che costituisce reato.
Individuare il momento da cui decorre questo termine non è sempre semplice, soprattutto quando l’appropriazione emerge nell’ambito di un rapporto contrattuale.
Ad esempio, un cliente può accorgersi che il professionista non ha eseguito il pagamento per il quale gli aveva consegnato del denaro, senza sapere ancora se si tratti di un ritardo, di una difficoltà temporanea o di un’effettiva appropriazione.
In situazioni simili, una richiesta formale di restituzione, anche mediante diffida, può essere utile per chiarire la posizione di chi ha ricevuto il denaro o il bene.
Il rifiuto ingiustificato, le risposte fornite oppure il comportamento tenuto dopo la diffida possono contribuire a dimostrare la volontà di appropriarsene.
La diffida, tuttavia, non è necessaria per presentare querela. Se la condotta appropriativa è già evidente, non occorre attendere un rifiuto formale. Inoltre, l’invio di una diffida non interrompe né sospende il termine per proporre querela.
Il termine decorre dalla conoscenza del fatto che costituisce reato e non può essere spostato in avanti semplicemente inviando una richiesta di restituzione.
Quando si procede d’ufficio?
In alcune situazioni, la Procura può procedere per appropriazione indebita anche senza che la persona offesa abbia presentato querela.
Accade, ad esempio, quando un professionista, abusando dell’incarico ricevuto, si appropria del denaro di una persona incapace per infermità.
Si tratta di una delle eccezioni previste dall’articolo 649-bis c.p. alla normale procedibilità a querela.
Cosa fare se si è subita un’appropriazione indebita?
Chi ritiene di avere subito un’appropriazione indebita dovrebbe rivolgersi tempestivamente a un avvocato penalista. Il termine ordinario per presentare querela è di tre mesi e può essere necessario raccogliere ulteriori elementi prima di procedere.
La prima questione da affrontare è stabilire se i fatti costituiscano realmente appropriazione indebita, un diverso reato oppure una controversia civile.
È quindi necessario ricostruire il rapporto tra le parti e raccogliere la documentazione disponibile: contratti, ricevute, bonifici, fatture, estratti conto, messaggi e comunicazioni.
In alcuni casi può essere utile inviare una diffida, chiedendo la restituzione del denaro o del bene entro un termine preciso. La risposta della controparte può contribuire a chiarire se vi sia un effettivo rifiuto di restituzione.
Non bisogna però attendere inutilmente quando gli elementi del reato sono già chiari. La diffida non sospende il termine per la querela e il ritardo potrebbe compromettere la possibilità di procedere penalmente.
La persona offesa, quando è anche danneggiata dal reato, può costituirsi parte civile nel processo penale per chiedere le restituzioni e il risarcimento dei danni subiti.
Cosa fare se si è accusati di appropriazione indebita?
Quando una persona viene accusata di appropriazione indebita, occorre innanzitutto verificare se i fatti contestati costituiscano effettivamente questo reato, un diverso reato contro il patrimonio oppure una controversia di natura civile.
La qualificazione giuridica dipende dal titolo in base al quale l’indagato disponeva del denaro o del bene e dal comportamento che ha tenuto successivamente.
Devono quindi essere esaminati gli accordi contrattuali, le comunicazioni tra le parti e le modalità di gestione delle somme.
Quando il reato è procedibile a querela, una delle prime possibilità da considerare è la restituzione del denaro o del bene e il risarcimento degli eventuali danni, per cercare di ottenere la remissione della querela.
Se la persona offesa rimette la querela e l’indagato o imputato non rifiuta la remissione, il reato si estingue.
Quando, invece, si procede d’ufficio oppure non è possibile ottenere la remissione della querela, la difesa deve affrontare il procedimento penale.
Occorre allora ricostruire il rapporto tra le parti e verificare se l’accusa abbia individuato un effettivo comportamento appropriativo, accompagnato dalla volontà di conseguire un profitto ingiusto.
La documentazione può dimostrare, ad esempio, che l’utilizzo delle somme era autorizzato, che esisteva una diversa intesa oppure che il comportamento contestato rappresentava soltanto un inadempimento contrattuale.
Contattaci
"*" indica i campi obbligatori
Domande frequenti
Se restituisco il denaro, il reato viene meno?
No. L’appropriazione indebita si consuma quando chi possiede legittimamente il denaro o il bene compie il primo atto con cui se ne appropria, comportandosi come se ne fosse proprietario.
Ad esempio, se un amministratore di condominio utilizza per le proprie spese personali somme ricevute per pagare lavori condominiali, il reato può essere già consumato nel momento in cui dispone del denaro per quello scopo.
La successiva restituzione non cancella il reato già commesso, anche se può incidere favorevolmente sul trattamento sanzionatorio.
Un professionista può trattenere il denaro del cliente per compensare una parcella?
Un professionista non può trattenere liberamente somme appartenenti al cliente soltanto perché ritiene di avere diritto al pagamento di un compenso.
Per opporre un credito in compensazione devono esistere debiti reciproci tra le stesse parti. Il credito deve inoltre essere certo, liquido ed esigibile: la sua esistenza deve risultare accertata, il suo importo determinato e il pagamento già dovuto.
Occorre anche verificare se le somme possano effettivamente essere utilizzate per compensare quel credito, tenendo conto degli accordi e dell’eventuale vincolo di destinazione.
Ad esempio, un professionista che abbia ricevuto denaro per effettuare un pagamento per conto del cliente non può decidere unilateralmente di utilizzarlo per saldare una parcella contestata.
Trattenere somme altrui per compensare un credito incerto, non ancora determinato o non esigibile può integrare appropriazione indebita.
L'appropriazione indebita è punibile tra familiari?
L’articolo 649 del codice penale prevede particolari regole per i reati contro il patrimonio commessi tra familiari.
Queste disposizioni, tuttavia, non si applicano ai delitti contro il patrimonio commessi con violenza alle persone. In tali casi il rapporto familiare non permette di beneficiare della causa di non punibilità prevista dalla norma.
Negli altri casi, l’appropriazione indebita non è punibile quando viene commessa ai danni del coniuge non legalmente separato, della parte di un’unione civile, di un ascendente o discendente, di un affine in linea retta, dell’adottante o dell’adottato, oppure di un fratello o una sorella convivente.
Ad esempio, se un padre si appropria di un bene appartenente al figlio, senza commettere violenza alle persone, trova applicazione questa causa di non punibilità.
La disciplina è diversa per i coniugi legalmente separati, i fratelli o le sorelle non conviventi e gli altri rapporti familiari espressamente indicati dall’articolo 649 c.p.: in questi casi la norma prevede la procedibilità a querela della persona offesa.
Articoli di approfondimento
Ultime recensioni
Contatta lo Studio
Compila il form per richiedere un appuntamento e sarai contattato quanto prima.
info@avvocatovaleriamezzolla.it
011 18 83 76 21
Corso Vittorio Emanuele II n. 115, Torino
Si riceve su appuntamento
"*" indica i campi obbligatori



